Il Coronavirus? Come la peste manzoniana

15.06.2020

Due mesi a casa senza poter uscire, senza incontrare amici e colleghi possono sembrare tanti, ma io in questo periodo sono riuscito a dare il meglio di me riscoprendomi membro attivo della mia famiglia. Prima lavoro, casa, amici, calcio, un pasto al volo, una routine veloce senza troppe riflessioni. Ma quando ci hanno chiesto di non uscire perché fuori c’era il virus, abbiamo reinventato le giornate per dare un senso al tempo lunghissimo da riempire; allora in famiglia abbiamo pensato ad alcuni lavoretti da fare coi soli mezzi reperibili in una pandemia mondiale; così ho riscoperto il gusto di faticare spalla a spalla con papà, poi i pranzi e le cene tutti insieme a scandire un ritmo sospeso, da riempire con ricordi e battute del passato e progetti per il futuro.

 

Se da un lato internet e la tecnologia di cui disponiamo ci hanno aiutato a mantenere i rapporti coi nostri contatti vicini e lontani, comunque non vedo l’ora di incontrare e riabbracciare amici e colleghi, dare una pacca sulla spalla, bersi una birra seduti insieme a raccontarsi. Questa vicenda, per tanti aspetti, mi ha ricordato da subito la peste raccontata dal Manzoni nei “Promessi Sposi” che ho studiato alle superiori, ora come allora si cerca il paziente zero. È vero che il nostro territorio è stato colpito marginalmente rispetto a quanto ci veniva riferito dalla tv, ma ciò che mi ha colpito è stata l’esperienza vissuta da un collega in Comune di Malgrate contagiato dal virus e guarito dopo un mese di ospedale.

 

 


 

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